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Citazione del giorno
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Un giorno l´emancipazione della donna passerà attraverso la bicicletta
-- Emile Zola
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Questa è la Categoria: Il cortile di Max Di seguito trovate gli articoli pubblicati per questa Categoria.
Il cortile di Max
 Qualche mese addietro su queste colonne digitali avevo segnalato il lancio delle bici pubbliche a Dublino (l’inglese “bike sharing” è dispensabile, secondo me). Era il 13 settembre 2009 quando 450 biciclette venivano rese disponibili al pubblico in 40 postazioni distribuite nel centro cittadino. Ebbene, si chiederà qualcuno, come sono andate le cose da allora? Ricordo che le attese non erano ottimistiche, al punto che un autorevole commentatore dell’Irish Times si era lasciato andare a pesante ironia, preveggendo che buona parte di quelle bici sarebbero finite presto in fondo al fiume che attraversa la città, il Liffey. Il suo pensiero andava probabilmente agli effetti devastanti delle libagioni alcoliche, che nel fine settimana tengono occupati molti giovani e meno giovani dublinesi, con effetti imprevedibili, tipo persone scomparse nel fiume o addirittura in quel rigagnolo a forma di canale che scorre nella parte sud della città. Ebbene, tutto questo non è avvenuto. Al contrario l’esperienza dublinese si segnala, fino ad ora, come una delle più positive. Per cominciare, nessuna bicicletta è stata rubata o andata smarrita. Se si pensa alla disastrosa partenza della Velib parigina, i dublinesi hanno di che essere soddisfatti. Nella capitale francese nei primi 18 mesi circa metà delle biciclette andarono perse, rubate o danneggiate. A Dublino una sola bicicletta è stata sottratta, ma è riapparsa due giorni più tardi. Certo, la differenza di scala è evidente – a Parigi le bici pubbliche sono 20mila –, ma l’avvio è comunque incoraggiante. Nei primi tre mesi sono state 22mila le persone che si sono registrate allo
 schema, che prevede due modalità di iscrizione: della durata di tre giorni (costo 2 euro) o lungo termine (10 euro) e l’utilizzo gratuito della bici per la prima mezz’ora. In giro per la città le db, abbreviazione per Dublin Bikes, sono piuttosto visibili e con il loro colorito azzurro donano una tonalità graziosa al grigiore che attanaglia la città. I responsabili del servizio si dicono soddisfatti e segnalano dati in crescita per l’utilizzo della bicicletta in generale. Tra il 2002 e il 2006 al circolazione di biciclette è cresciuta del 6 per cento a Dublino, questo mentre nel testo del paese la biciclette perdeva progressivamente punti rispetto ad altri mezzi di trasporto (uno su tutti, l’auto). Nello stesso arco di tempo si è registrata una forte contrazione di ciclisti coinvolti in incidenti stradali nell’area urbana: erano stati 250 nel 1998 e sono stati 90 in 2007. Al di là delle statistiche, la sensazioni del ciclo-cittadino sono positive. Se non fosse per gli sciagurati che mi hanno rubato la bicicletta.
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 Da alcune settimane a Dublino sono comparsi degli elementi urbanistici nuovi. Al principio mi sono chiesto cosa fossero quei piccoli parallelepipedi alti quanto un fusto di birra, posti in fila uno accanto all'altro a gruppi di dieci o venti. Nell'anticamera del cervello ha fatto timidamente capolino una spiegazione: vuoi vedere che anche a Dublino mettono le bici pubbliche, sulla scia di altre capitali, tipo Berlino e Parigi e molte città europee?
No, non è possibile, hanno detto gli uscieri del cervello, bloccando l'entrata all'intruso incosciente: è un pensiero balordo. Questa città è di suo poco gentile con la bicicletta, già è difficile pedalarvi per i militanti del ciclo, mica gli amministratori si metteranno in testa di buttare in strada sulle due ruote degli ignari turisti? E invece. E' proprio così, da settembre Dublino avrà le sue velobis. A dire il vero quelle dublinesi non hanno ancora un nome accattivante ma il loro destino è ormai scritto.
Il progetto, annunciato già nel 2006, è stato presentato come un'operazione a costo zero per la collettività: c'è lo sponsor, deo taumaturgo di ogni amministrazione pubblica a corto di idee. I termini dell'intesa tra la capitale d'Irlanda e una società di abbigliamento sportivo francese sono semplici: 450 biciclette in cambio di 72 mega pannelli pubblicitari in luoghi strategici della città.
I numeri e i modi dell'iniziativa hanno subito sollevato polemiche. Per sole 450 biciclette fasciamo la città di pubblicità?, hanno detto da varie parti. C'è perfino chi ha quantificato il “pacco” che gli amministratori pubblici avrebbero preso alle spalle dei cittadini.
Stuart Fogarty, presidente della principale società pubblicitaria irlandese, ha
dichiarato: “Saranno le biciclette più costose del mondo. I siti pubblicitari concessi allo sponsor valgono almeno 100 milioni di euro e li stiamo scambiando con poche centinaia di bici, qualche pannello informativo e alcuni segnali per i turisti”.
Dal governo rispondono che questo è solo l'inizio e che era importante dare un segnale alla collettività, ricordando che i costi vivi dell'operazione si aggirano sui 50 milioni di euro e lo stato non ne sborserà neppure uno. Per lanciare l'iniziativa, che partirà ufficialmente dal 13 settembre, è stato previsto che la prima mezz'ora di utilizzo delle “free bike” sarà gratuita.
Sia quel che sia, I pedalatori quotidiani come il sottoscritto non possono che prendere con le pinzette da ciglia questa notizia. C'è un'effettiva difficoltà a muoversi in sicurezza per le strade cittadine. Auto, autobus e furgoni governano l'asfalto come iracondi leoni nella prateria. Le sottili corsie ciclabili, dove presenti, sono spesso impunemente occupate da veicoli in sosta, come già documentato in questo cortile tempo addietro. Servirebbero, quelle sì, delle iniziative per ridurre il flussi di autoveicoli all'interno della città, o almeno dare una “calmata” agli autisti!
Ciò non toglie che, nonostante tutto, a Dublino stia crescendo la sensibilità verso la bicicletta. Negli ultimi mesi ho notato nella zona del centro l'apertura di almeno due nuovi negozi di biciclette, che offrono anche servizio di riparazione. Segnali come questi inducono a pensare che il ciclista urbano sia un soggetto appettibile per il “mercato”. L'operazione bici pubbliche porterà nuove biciclette in strada, per il momento parcheggiate in quaranta punti del centro. Se qualcuno le userà ne saremo tutti felici, ovviamente. Il mio amico Fred, dublinese doc, teme tuttavia un'impennata di furti, come avvenuto a Parigi. Ma dai, gli ho detto, non essere così pessimista. Staremo a vedere.
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 Sto pensando di adottare un nuovo taccuino di appunti. Un taccuino speciale per trascrivere solo ed esclusivamente le buone prassi ciclistiche. Nulla di rivoluzionario, nessun intento politico o enciclopedico da parte mia, sarebbe un semplice gesto privato: un modo per avere a portata di mano, cioè di occhio, delle notizie piacevoli da leggere quando ti trovi in attesa di qualcuno che arriva in ritardo a un appuntamento di lavoro (succede spesso, in Irlanda), o quando hai voglia di dare aria ai pensieri scuri che aleggiano sulla tua fronte come la classica nuvola di Fantozzi. Avrei già pronta una lista di notizie da includere in questo t accuino del buonumore. Sono qui, oggi, per segnalarne una che arriva, manco a dirlo, dai paesi di lingua anglosassone. L'ironia non è casuale, ma voluta per evidenziare la mia ripetuta sorpresa, il mio innocente sconcerto, nello scoprire che paesi tradizionalmente poco sensibili alle due ruote a trazione umana, come la Gran Bretagna e ancora di più gli Stati Uniti d'America, offrono ripetuti segnali di frizzante intraprendenza in favore del mezzo ciclistico. La notizia venne anticipata su ilikebike tempo addietro: era l'annuncio di un progetto, ora siamo al consuntivo. Nel corso degli ultimi tre anni la municipalità di Sutton, una zona di Londra dove vivono circa 185mila persone, ha mandato dei suoi emissari a svolgere un singolare servizio porta a porta. I funzionari hanno bussato alle case dei residenti per sapere da loro i modi in cui quotidianamente si spostano in città: se in auto, autobus, metropolitana o bicicletta. Soprattutto, però, l'iniziativa è stata pensata come servizio di consulenza per far capire quali sono i modi più efficaci, rapidi, economici ed ecologici per girare in città.
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 Un abbozzo di primavera, ed ecco le biciclette moltiplicarsi. Anche se la primavera irlandese è bizzosa e cambia subito d’abito e non sai mai che tempo possa fare nella prossima mezz’ora, nelle ultime settimane i nostri inviati hanno notato un incremento di biciclette in strada. Biciclette di vario tipo, e ciclocittadini di vario tipo.
Ci sono gli specialisti del pedale, quelli che pedalano con sicurezza, hanno confidenza col mezzo e non disdegnano di esibirla. Portano il caschetto e ovviamente le s opragiacche fosforescenti che distinguono i ciclisti dublinesi. Purtroppo, all’occhio italicamente formato questi “giubbotti”, che pare ufficialmente si chiamino “gilet di sicurezza” (dov’era finita questa parola – gilet? Era dai tempi degli sceneggiati con Alberto Lupo e i varietà con Sandra Mondaini e Raimondo Vianello che non la sentivo), richiamano alla mente le ronde civili introdotte dal governo attualmente in carica nella penisola. E’ una reazione istintiva, a cui non si può opporre ragione.
Vedere sulla strade di Dublino questi giubbotti sbracciati riporta lo straniero in un ambiente quasi familiare, ma in una famiglia in cui ci sono troppi parenti che vorrebbe evitare. Sono arrivate anche qua?, si chiede lo straniero. No, le persone che indossano le giacche fosforescenti vogliono rendersi visibili dagli utenti più aggressivi della strada, è una forma di protezione.
Nell’altro caso, quello infaustamente “familiare”, le persone che le indossano
 vogliono rendersi visibili a tutti, affermare il loro micropotere. E’ una forma di aggressione, la loro. Un’aggressione visiva, prima che fisica.
Con questa precoce primavera, in strada si vedono anche gli ultimi arrivati tra i ciclocittadini. Sono quelli che hanno avuto una bici in prestito o se ne sono procurata una da poco. Li riconosci da certe caratteristiche: forse ignari della mobilità verticale del sellino, pedalano come fossere seduti (oops) sulla tazza del water, schiacciati in basso come lo zio quando voleva provare la bicicletta appena regalata al nipote per la prima comunione. Non badano alla comodità, all’efficienza, usano il mezzo come un oggetto che serve a un uso. Punto.
Spesso i nuovi arrivati hanno borse appese malamente al manubrio, a complicare un già precario equilibrio, come di chi non ha ben appreso i modi dell’andare in bicicletta. Di fronte a queste immagini contrastanti viene da chiedersi: perché lo fanno? A indurli in questa impresa c’è, va da sé, anche il clima economico. La recessione, l’urgenza di risparmiare per tempi che promettono poco di buono, sta spingendo molte persone verso la riscoperta della bicicletta. Nel Regno Unito sono molto frequentate le scuole per adulti, alcune a pagamento, altre offerte dall’amministrazioni locali: insegnano ad andare in bicicletta a chi non ha avuto questa fortuna durante l’infanzia.
Non è mai troppo tardi per imparare.
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Penso che la lettera al Gazzettino del cittadino di Mestre offra una buona opportunità - agli urbanisti, ai politici locali, ai sostenitori di una diversa mobilità urbana possibile - per toccare con mano un certo modo di pensare, che è molto diffuso tra le persone di ogni età, soprattutto in Italia. Un modo di pensare e ragionare che viene anche da persone che magari hanno un titolo di studio e strumenti culturali per capire quello che sta accadendo attorno a noi (mi riferisco ai problemi di inquinamento, congestione, crisi della idea di "città" ecc. ecc.).
La risposta del presidente della Fiab, per quanto condivisibile, mi pare sprecare questa opportunità. Credo sia un errore tacciare il lettore del giornale come di "avversario" o "persona non informata". Meglio sarebbe portare delle argomentazioni basate su esperienze concrete, che tutti possono intendere, anche e soprattutto i tanti che vedono l'uso quotidiano della bicicletta come una scelta per fricchettoni, eterni idealisti in bolletta, anime sconfitte dalla storia.
"Noi", e qui mi riferisco molto presuntamente ai lettori di questo blog, sappiamo che non è così, che la realtà è diversa. Tante persone non lo sanno e nemmeno (sigh) lo immaginano.
Quando ci troviamo di fronte argomentazioni come quelle di questo signore, anche se ci sono antipatiche, dovremmo sforzarci di "abbassare" il livello di discussione, evitare concetti tipo "trasporto pubblico residuale" che mio zio Lino non capirebbe (ha fatto l'avviamento), pensare di doverci far intendere all'ex operaio in pensione che fa l'artigiano in nero e ha fatto di tutto perché il figlio si comprasse l'auto e fosse - finalmente - indipendente, o alla ragazza molto curata nell'aspetto che piuttosto di rovinarsi la pettinatura si fa 30 minuti in auto per percorrere 3 chilometri.
Questa è la gente che dovrebbe (ri)andare in bicicletta. Quando i piccoli commercianti si lamentano che il centro chiuso alle auto porta via clienti (e lo dicono in quasi tutte le città, soprattutto in quelle di provincia) proviamo a portare esempi contrari, come quello di Copenhagen, dove gli oppositori di un tempo sono i sostenitori attuali. Oh, Copenhagen, eccolo, quello è il nord Europa, diranno i più. No, invece no. La città vive gli stessi problemi ovunque e le soluzioni sono simili.
Non sono un urbanista e nemmeno un politico, sono solo un che va in bici e si guarda attorno, e mi pare di aver capito così. Forse mi sbaglio, ma sono stanco di essere visto come un Ufo quando indosso la mantella per ripararmi dalla pioggia o dimentico di togliermi le fascette rifrangenti quando sono in una riunione di lavoro.
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 Adam ha 15 anni, quasi 16, e vive a Città del Messico. E’ arrivato dall’Italia assieme al padre. E’ un ragazzo curioso, inquieto come spesso gli adolescenti. Ascolta il punk anni ottanta perché è la musica che gli ha fatto scoprire lo zio Ezio. Ama la sua bicicletta, alla quale ha dato anche uno nome. La storia di Adam è stata scritta da Max Mauro nell’arco di un anno e pubblicata a puntate in internet nell’ambito del progetto letterario Estrangeiros/Stranieri, promosso dalla scrittrice brasiliana Daniela Abade. Il progetto ha coinvolto sette autori di sette paesi diversi (Australia, Canada, Argentina, Brasile, Messico, Austria, Italia) che si sono “scambiati” le città di origine ambientadovi delle storie dedicate al tema del sentirsi “stranieri”. Nel sito sito www.estrangeiros.com.br si possono trovare tutte le informazioni sugli autori. La storia di Adam si può leggere per intero ciccando QUI. Di seguito, una frammento con protagonista la bicicletta. Il Cicloton* è stato divertente, più divertente della volta precedente. Adesso conosco un po’ la città, conosco certi posti, e rivederli senza il traffico delle auto mi ha dato una sensazione particolare, come quando entri in una stanza dopo che è stata imbiancata di un nuovo colore. E’ sempre la stessa stanza, ma è diversa, di solito è più bella, almeno se ti piace il colore. Attraversare Città del Messico con la bici è come dare un nuovo colore alla città, ai grattacieli, alle piazze, ai giardini. Un colore più bello, ovviamente.
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Ilikebike ha una redazione a Dublino: c'è un giornalista, un fotoreporter, un esperto di statistiche stradali e il comitato di redazione è composto gente di buon senso e inguaribili criticoni. Tutta questa squadra è coordinata e guidata dall'ottimo Max Mauro che torna a scriverci dall'Irlanda
Una delle prime cose che mi hanno colpito di Dublino è la dimensione delle corsie ciclabili. Forse che i ciclisti cittadini sono tutti filiformi individui senza borse a tracolla?, mi sono chiesto. Oppure si tratta di corsie esclusive per l’infanzia e la prima adolescenza? Ma va, ribatte il buonsensista che aleggia (conflittualmente) anche in me: le strade sono strette e le corsie si adeguano alla situazione. E poi, meglio corsie strette che niente corsie, no?
Capisco. Però. Però c’è una cosa che anche il buonsensista non può controbattere. Le corsie ciclabili sono molto spesso occupate da auto e furgoni in sosta! Per averne conferma basta dare un’occhiata alla foto scattata dal fotoreporter che è in me (hey, siamo una piccola squadra qua dentro, litigiosa ma pur sempre una squadra) il giorno di Natale. Eh vabbé, il giorno di Natale, ribatte il buonsensista, cosa vuoi pretendere? Lo sai che gli irlandesi sono gente rilassata e durante le feste se la prendono comoda. Eh no, insisto, Natale sarà un giorno speciale ma la situazione si ripete in misure diverse anche gli altri giorni dell’anno. Ho dei testimoni che possono confermarlo.
Lasciamo il me-buonsensista e il me-rompipalle (coadidiuvato dal me-fotoreporter) alla loro discussione e veniamo al punto: come si presenta Dublino al ciclocittadino straniero?
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 Scrive Max Mauro: "Ciao Bibi, ho scritto un pezzo sul personale-narrativo, vedi se ti aggrada. Potrebbe essere l'avvio di una rubrichetta irregolare, che dici?"
E cosa vuoi che dica... uno che scrive così mica puoi fartelo sfuggire... anzi gli costruisci attorno uno spazio per una "rubrichetta irregolare" con tanto di titolo: sì, "Il cortile di Max" come titolo, può andar bene.
Non ho mai portato amuleti. Non faccio gli scongiuri. Non mi turbo per un cappello lasciato sul letto o un gatto nero che mi attraversa la strada. Non credo nemmeno nei segni del destino (ma cosa sono? Delle stimmate a forma di timbro postale?). Però, il giorno del mio compleanno, quando sono entrato in un negozio di Dublino per comprare una bottiglia di vino e sono incappato in una etichette raffigurante una bicicletta ho alzato istintivamente il sopracciglio (ok, non so se ho veramente alzato il sopracciglio, ma nei libri scrivono così quando vogliono far intendere che uno si sorprende un po’, ma non troppo). L’etichetta sembrava disegnata per catturare la mia attenzione: una bicicletta nera stilizzata su di uno sfondo bianco. Fino a qui poteva anche essere una cosa su cui sorridere, ma l’elemento para-normale (per me, in quel momento, dati i miei precedenti ciclistici ) era il nome dell’azienda produttrice, riportato in cima a grandi lettere, e il luogo di origine: Cono Sur, Cile. Il Cono Sur, per chi non è pratico del Sud America, è la parte meridionale del sub-continente, dove si trova la Patagonia per intenderci. So bene di stare facendo della pubblicità gratuita, ma è per una giusta causa (la promozione della bicicletta!).Ho preso in mano la bottiglia pensando che come “incontro” era piuttosto strano. Avevo fatto di tutto per dimenticarmi il mio compleanno – e non era difficile visto che mi trovavo a Dublino da meno di una settimana e le quattro persone che conoscevo erano ignare della mia data di nascita. Nei mesi precedenti avevo cominciato a ri-pensare al viaggio in solitario come il miglior ‘caricatore’ di autostima. Spesso col pensiero riandavo a certe situazioni di difficoltà in cui mi ero trovato in Patagonia e mi dicevo:
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