Lo zen e l’arte di andare in bicicletta


E’ in libreria l’ultimo libro di Claude Marthaler edito da Ediciclo. Il titolo evoca il filosofico libro di Pirsig: Lo zen e l’arte di andare in biciclettala vita e altre forature di un nomade a pedali.

La prefazione al libro porta la firma di un altro grande della bicicletta Didier Tronchet autore dell’imprescindibile Piccolo trattato di ciclosofia. Il mondo visto dal sellino

Per concessione dell’Editore proponiamo qui di seguito lo scritto introduttivo di Tronchet che delinea differenze e continuità tra il ciclista urbano e il cicloviaggiatore.

Claude Marthaler (nella foto in Cina)
Lo zen e l’arte di andare in bicicletta
la vita e altre forature di un nomade a pedali
Ediciclo Editore
€ 14,50

La giusta misura del mondo

È un po’ come se ci fossimo divisi il territorio, Claude Marthaler e io. A me, Parigi tra le mura, a lui, il resto del mondo. E vi confesso che questa ripartizione mi va benissimo. Sono un ciclista risolutamente urbano, che tenta, modestamente, di reinventare la sua città in bicicletta. Il mio universo è segnalato, mappato. Io mi intrufolo negli interstizi. E alla minima foratura scappo in officina, non mi si è mai visto sporcarmi le mani con la catena.

Sembra che abbiamo poche cose in comune, Claude e io. In fondo non ci conosciamo – e me ne rammarico –, i nostri rispettivi raggi d’azione sono stati così delimitati che c’è poca speranza che ci si possa incontrare uno sul territorio dell’altro. E, tuttavia, abbiamo qualcosa di favoloso in comune: questo mezzo di propulsione formidabile che si chiama bicicletta, con la quale io esploro il microscopico, gli spazi interiori, e lui il macroscopico e i Grandi Spazi. E il miracolo è che la magia opera su noi due allo stesso modo. La bicicletta, grande signora, accorda a tutti senza distinzione, pietosi agrimensori delle strade o esploratori dei continenti, la stessa benedizione. Questa semplice leggerezza d’essere, questo sentimento di fusione con l’universo. 

Mi ritrovo nelle parole di Claude Marthaler, e chiunque abbia pedalato per piacere ci si riconoscerà. Lui è noi. Un po’ più grande, un po’ più lontano, un po’ più alto, certo. Ma che felicità leggerlo! Perché è come un’estensione di me stesso al di là della periferia parigina. È la parte di me che ha osato. Solo che il freddo è suo, la disperazione a metà di un pendio, la canicola e, naturalmente, le forature sono sue. A me la dolce esaltazione di seguirlo dall’Alaska alla Cina, unito a lui dalla nostra esperienza comune (il nostro piccolo denominatore comune): il rumore di una pedaliera che gira e il suo effetto ipnotico. La ritrovo nelle sue parole, la piccola euforia del ciclista: quella che gli fa inanellare volate folli e giochi di parole allucinati. Chi si dopa in bicicletta sbaglia: la bici è una droga di per se stessa. Non c’è bisogno di aggiungerne.Ascoltate Claude Marthaler: parla sotto acido, è uno sciamano in trance, la Pizia di Delfi? No, è un ciclista felice la cui cavalcatura ridicola porta verso l’essenziale, attraverso dei cammini paralleli che si rivelano delle scorciatoie. Questa libertà di stile è quella delle due mani sul manubrio: totale e sfarfallante. E chi conduce? È lui che segue la strada o la strada che lo segue? Io ho la mia piccola idea in proposito: entrambi, ovviamente.

In un fumetto della mia infanzia gli eroi dei tempi preistorici decidevano la direzione da prendere facendo girare dei coltelli su una pietra. Claude non fa diversamente, fa girare le sue ruote e sceglie di seguirle. O il contrario. Da questi luoghi impossibili ci trasmette delle immagini emozionanti che provano un’altra cosa: lui non fa paura. Lo si vede nello sguardo della gente. C’è accoglienza per questo extraterrestre che giunge da loro con un’insolita lentezza (per un occidentale), e quindi una disarmante dolcezza.

«Viaggiare lentamente è incontrare rapidamente » dice Claude Marthaler. Inforcare una bicicletta è anche cavalcare tutti i paradossi. La fragilità diventa una forza, il ritmo indolente, un acceleratore. Perché il ciclista è regolato su un altro fuso emozionale. Ecco dunque quello che provo leggendo il libro di Claude (dico Claude perché ormai per me è un amico): in fondo il mondo non è pericoloso. Si può reinventarlo in bicicletta. E quello che Claude è riuscito a fare non è solo un giro del mondo a pedali. Qui si va molto al di là della performance sportiva. È riuscito a dare a questa vecchia Terra la sua giusta dimensione, la sua giusta misura.

Negli ultimi decenni non si è mai smesso di accorciarne i tempi, le distanze, fino a farne un pianeta ristretto, superficiale, senza riuscire più a trovargli un senso. Lo si è svuotato. Impoverito. Non bastava che si consumassero le sue risorse naturali, abbiamo rimosso anche il suo mistero. Prendendosi il tempo di rincorrere la ruota a ogni chilometro, Claude Marthaler gli ha ridato tutta la sua grandezza, tutta la sua ampiezza e, per così dire, la sua polpa. Avvicinandoci a un mondo allo stesso tempo immenso e intimo.

Didier Tronchet

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  1. ti aspetto in smoking al club fratello

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