Per (ri)andare in bicicletta…


Questo scritto era nato come una risposta alla lettera del cittadino di Mestre sui presunti limiti dell’uso della bicicletta in città e sulla risposta del presidente della Fiab, ospitata da ilikebike.

Come commento si è un po’ dilatato quindi ho scelto di inserirlo così.

Penso che la lettera al Gazzettino del cittadino di Mestre offra una buona opportunità – agli urbanisti, ai politici locali, ai sostenitori di una diversa mobilità urbana possibile – per toccare con mano un certo modo di pensare, che è molto diffuso tra le persone di ogni età, soprattutto in Italia. Un modo di pensare e ragionare che viene anche da persone che magari hanno un titolo di studio e strumenti culturali per capire quello che sta accadendo attorno a noi (mi riferisco ai problemi di inquinamento, congestione, crisi della idea di “città” ecc. ecc.).
La risposta del presidente della Fiab, per quanto condivisibile, mi pare sprecare questa opportunità. Credo sia un errore tacciare il lettore del giornale come di “avversario” o “persona non informata”. Meglio sarebbe portare delle argomentazioni basate su esperienze concrete, che tutti possono intendere, anche e soprattutto i tanti che vedono l’uso quotidiano della bicicletta come una scelta per fricchettoni, eterni idealisti in bolletta, anime sconfitte dalla storia.

“Noi”, e qui mi riferisco molto presuntamente ai lettori di questo blog, sappiamo che non è così, che la realtà è diversa. Tante persone non lo sanno e nemmeno (sigh) lo immaginano.
Quando ci troviamo di fronte argomentazioni come quelle di questo signore, anche se ci sono antipatiche, dovremmo sforzarci di “abbassare” il livello di discussione, evitare concetti tipo “trasporto pubblico residuale” che mio zio Lino non capirebbe (ha fatto l’avviamento), pensare di doverci far intendere all’ex operaio in pensione che fa l’artigiano in nero e ha fatto di tutto perché il figlio si comprasse l’auto e fosse – finalmente – indipendente, o alla ragazza molto curata nell’aspetto che piuttosto di rovinarsi la pettinatura si fa 30 minuti in auto per percorrere 3 chilometri.
Questa è la gente che dovrebbe (ri)andare in bicicletta. Quando i piccoli commercianti si lamentano che il centro chiuso alle auto porta via clienti (e lo dicono in quasi tutte le città, soprattutto in quelle di provincia) proviamo a portare esempi contrari, come quello di Copenhagen, dove gli oppositori di un tempo sono i sostenitori attuali. Oh, Copenhagen, eccolo, quello è il nord Europa, diranno i più. No, invece no. La città vive gli stessi problemi ovunque e le soluzioni sono simili.

Non sono un urbanista e nemmeno un politico, sono solo un che va in bici e si guarda attorno, e mi pare di aver capito così. Forse mi sbaglio, ma sono stanco di essere visto come un Ufo quando indosso la mantella per ripararmi dalla pioggia o dimentico di togliermi le fascette rifrangenti quando sono in una riunione di lavoro.

0 Comments

  1. Mi pare perfettamente condivisibile la tua posizione ( passo al tu altrimenti con il lei mi trasformo in istituzionale ).

    L’eccessivo tecnicismo determina un allontanamento pericoloso della gente dalla questione ciclabilità. E’ come se costruissimo un muro fra chi pedala e chi non lo fa. Cosa decisamente pericolosa se si pensa che calce e mattoni sono già in uso da parte dei detrattori della bici.

    Consideriamo anche il fattore provincia. Di fatto, oggi, inforcare la bici per andare al lavoro, al di fuori delle aree geografiche dove questo mezzo di trasporto appartiene ad un concetto culturale radicato, è una cosa che fanno solo persone mosse da un certo ideale e che spesso si ritrovano in aree urbane più o meno popolose (le grandi città, per dirla in breve).

    Lontani da queste realtà la bici appartiene ad un tipo di trasporto che definirei pionieristico, in buona sostanza se la usi sei considerato o un fricchettone estremista, oppure un poveraccio in bolletta.

    E’ proprio questo che ci deve portre a sviluppare iniziative partecipate, volte proprio a chi in partenza attacca la bici, dato che, ovviamente, chi va in bici non deve certo essere ulteriormente convinto o persuaso.

    L’eventuale snobbismo, tipico di certi ambienti, non aiuta.

    Chiudo riportando un’esperienza: ogni giorno vado a lavorare in bici; spesso mi capita di incontrare un vecchio contadino con una bicicletta malandata e datata, carica all’inverosimile; un giorno l’ho salutato  mi ha risposto con un sorriso sdentato, si è fermato e in dialetto strettissimo mi ha detto che con tutte quelle macchine ormai fa fatica a mantenere la bici carica in equilibrio (mia libera traduzione.)

    Penso che nella mente di questo signore non ci siano esperienze ciclistiche di chissà quale tipo, ci sia solo un semplice mezzo di trasporto.

    Sarebbe bello far passare con forza anche solo questo concetto importantissimo.

    Mi scuso per la lunghezza del commento.

    Simone Morgana

    Nanocicli – Gela

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