La rivoluzione in bicicletta

Su il Domani di Bologna in edicola oggi c’è un articolo firmato da me sulla mobilità ciclistica. Si tratta di una serie di considerazioni in gran parte maturate su questo sito e stimolate dagli utenti più assidui che considero di fatto coautori di una “riflessione collettiva”. A beneficio innanzitutto di chi non è di Bologna e quindi impossibilitato ad acquistare il quotidiano ecco qui di seguito l’articolo.
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Tra le città gemellate con Bologna c’è anche Portland. Per chi non lo sapesse questa bella città dell’Oregon, negli Stati Uniti, ha una diffusione della bicicletta che è tra le più alte del mondo. Infatti, stando a una speciale classifica stilata dal tour operator Virgin Vacations qualche tempo fa, Portland era seconda solo ad Amsterdam. Quella classifica, ovviamente, non contempla Bologna, ma neppure una sola città italiana, visto che il nostro Paese in quanto a mobilità ciclabile è ancora all’età della pietra. Perché?

Al di là di ragioni specifiche legate alla storia, all’orografia, al clima dei singoli territori, il problema del ritardo italiano, a proposito di bicicletta come mezzo di trasporto quotidiano, ritengo sia innanzitutto culturale e politico. Due aspetti intimamente intrecciati.

Tempo fa Paolo Rumiz mi disse: “la bici è un rivelatore di un gap identitario: noi ci vergogniamo della bicicletta perché è uno strumento antiquato dell’Italia povera. Mentre un olandese non ha questo problema, perché non è stato suddito fino a ieri. L’olandese è un cittadino da 400 anni.”

Sembra che questa vergogna interessi anche i nostri amministratori, che considerano la bicicletta un mezzo di trasporto residuale e coloro che la promuovono alla stregua di ingenui utopisti del 21° secolo nella migliore delle ipotesi o, nella peggiore, come scocciatori da sistemare con due promesse confezionate alla bisogna.

Un esempio nazionale? Provate a leggervi le Linee Guida del Piano Generale della Mobilità del Ministero dei Trasporti Alessandro Bianchi (persona stimabile tra l’altro). Le parole chiave sono efficienza, sicurezza, sostenibilità, ma grande attenzione viene riposta anche al tema dell’integrazione. Allora uno si aspetterebbe: mica di trovare la ricetta per far muovere 15 milioni di italiani in bicicletta (le mancate emissioni di CO2 sarebbero un toccasana per il clima); mica le indicazioni predisposte per indurre Trenitalia o le aziende di trasporto locali ad adottare provvedimenti per l’intermodalità treno+bici o bus+bici; e nemmeno provvedimenti premianti per chi va al lavoro in bici. Ci si aspetterebbe però, di vedere citato, in un documento di 80 pagine, almeno una volta questo mezzo di trasporto. Invano. E dire che la bicicletta in quanto a efficienza è il miglior mezzo di trasporto mai inventato dall’uomo!

Spostiamoci a livello locale.

E’ mai possibile che per segnalare con asfalto rosso i percorsi ciclabili l’Assessore Zamboni debba contare sulle forniture previste per il Civis come si è letto su questo giornale sabato scorso? E se il Civis non ci fosse stato? Vogliamo parlare di sicurezza di pedoni e ciclisti? Nella città in cui si fa un gran parlare di sicurezza, per promettere quella stradale, è mai possibile che si debba aspettare un ordine del giorno di un consigliere di Forza Italia? Forse bastava ascoltar quello che la Consulta della bicicletta va dicendo da anni o guardare ai 36 morti per strada a Bologna nel 2006: 9 in più rispetto al 2005, 13 erano pedoni e 4 ciclisti (+ 9 motociclisti).

I ciclisti sono gente mite, ma non sciocca (se escludiamo quegli incoscienti che girano al buio senza luci). Quando chiedono di potenziare la mobilità ciclabile indicano la luna e non gli si può dire di guardare il dito o blandirli con un pezzo di ciclabile in via delle Moline, quando in un borgo medioevale è l’intero centro storico che dovrebbe essere ciclabile.

Quei cittadini che usano la bicicletta per spostarsi in città o per giungervi da fuori, fanno ogni giorno un dono grande al nostro territorio (anche agli automobilisti). Un po’ di reciprocità non guasterebbe visto che contribuiscono a rendere l’aria più respirabile, utilizzano spazi minimi (le strade, come l’aria, sono di tutti non solo dei possessori di auto), tengono basso il livello di inquinamento acustico ecc.

Caro Assessore Zamboni, chi va in bici e chi proverebbe ad andarci vuole la luna ossia piani seri, copertura di spesa e tempi certi e rapidi di realizzazione. Vuol dire investimenti veri e persone dedicate alla realizzazione di quei piani. Ma anche scelte di campo importanti, come quelle adottate in grandi città come Londra, Parigi, Chicago, Città del Messico. Vuol dire più ciclabili, ma soprattutto tensione sincera e continua verso la mobilità in bicicletta.

In città c’è bisogno di una rivoluzione del traffico e lei in qualche misura la sta attuando. Ma la rivoluzione deve riguardare prima di tutto la nostra cultura e le nostre abitudini. L’auto non è mossa solo dal motore ma anche, e soprattutto, dalla predisposizione psicologica al suo uso da parte delle persone.

Serve una “cicloruzione”.

In gioco c’è un nuovo stile di vita da adottare, gran parte del futuro delle nostro territorio e la possibilità di rimetterlo in marcia.

Inutile nasconderlo, la bici ha un antagonista naturale: l’automobile. Non è ideologia, ma autodifesa: mi si perdoni il “personalismo”, ma percorrendo ogni giorno almeno 20 km in bicicletta nutro qualche apprensione.

Un piano serio a favore della mobilità ciclabile deve prevedere lo smottamento culturale della civiltà centrata sull’automobile. Niente paura. Non è terrorismo o neoluddismo, ma banale invito a fare scelte consapevoli, sostenibili e necessarie per l’ambiente e la salute di tutti, anche dei figli di quei fanatici del motore a scoppio.

Come dice Didier Tronchet, nel suo delizioso Piccolo trattato di ciclosofia, “La nuova rivoluzione (cicloruzione) può venire semplicemente da questa alternativa mattutina: prendo l’automobile o la bicicletta?” Un vento importante sta soffiando. Un mix di ragioni economiche, ecologiche e di generale accresciuta attenzione ai temi ambientali si muove sulle due ruote. Di più. E’ in atto una trasformazione psicosociale tra tanti cittadini alle prese con una privata guerra civile tra un “io” che desidera uno stile di vita sano e sostenibile e la realtà che mortifica o rende impossibile tali propositi. Se non si leggono queste dinamiche si rischia l’afasia e ciò non è cosa buona per la politica e per i media che possono invece svolgere un ruolo importante. Non solo intercettando opportunisticamente quel vento. La politica che guarda alla luna, quel vento deve anche suscitarlo. E i media pure.

A entrambi chiediamo di crederci e di impegnarsi con noi, che nel frattempo a Bologna pedaleremo sognando Portland.

0 Comments

  1. La sindrome del barbiere

    Caro Bibi,

    cari navigatori, ho letto con interesse, animo ma anche con un po’ di rabbia l’intervento sul Domani. Parto da un passaggio che mi ha colpito molto: “noi ci vergogniamo della bicicletta perché è uno strumento antiquato dell’Italia povera”. E mi è tornato in mente quanto racconta il mio barbiere (di quelli che si chiamano Remo, usano ancora le forbici e il rasoio e sanno un po’ tutto della via dove hanno bottega) commentando la mia perseveranza nel pedale: “io la bici non la sopporto. Vado con la macchina. Da giovane con la bici ci andavo sempre, non c’era altro mezzo, ci facevo i chilometri. Mi ricorda la fame e la fatica. Oggi non ne voglio più sapere”. Ecco, Rumiz ha ragione (e grazie Bibi per aver riportato questa sua). E questo è quanto in riferimento alle “vecchie” generazioni. E le “nuove”? E le mamme con il bambino nel seggiolino o i nonni che non soffrono della sindrome del barbiere? Ecco, dalle mie parti, qui a Pescara – ma non solo – sento spesso ripetere la stessa frase: “Andrei di più in bici se…ci fossero più piste ciclabili, se fosse più sicuro. Sennò mi chiudo in macchina, mi stresso, ma non rischio la vita”. E allora, la mia riflessione è questa: c’è da sudarsela, sì, ma andiamo avanti. C’è chi ha un innato senso di rispetto verso la natura, per stare sul vago, chi no. Chi ne ha un sentore, con poca voglia di “sbattersi” per avere qualcosa che comunque desidera, e vabbè, è comunque dalla nostra. Il rischio di perdersi d’animo c’è. Ma per innato ottimismo – pur se con qualche dubbio sempre più crescente sulla razza umana – credo che questa sia la via giusta. Una strada nella quale tutti coloro che la pensano a modo nostro hanno singole responsabilità e singoli compiti. Ci viene così, chissà come, ma è bello così. Stiamo però attenti a come ci poniamo. Credo che la comunicazione abbia un ruolo fondamentale: sì anche in questo settore. In un’epoca in cui – lentamente – si fa strada l’idea del risparmio energetico, del rispetto ambientale…perché è figo, perché è cool, allora diciamola tutta. Pedalare è alla moda, pedalare è cool. Spingere il pedale non è veterofricchettonismo. Io mi impegno qui. Nel frattempo pedalo sognando Bologna.  

  2. Ciao bibi,

    bel pezzo. Condivido molte delle cose che hai scritto.

    Anche a Roma si parla molto ma poi si concretizza poco, è tutto nelle nostre mani. Noi semplici cittadini, rappresentanti di noi stessi, ci stiamo impegnando seriamente per la “cicloruzione” (ma è un tuo neologismo?).

    Per quanto riguarda il retaggio culturale che vede la bicicletta come strumento “povero” non sono però d’accordo.

    Io credo che il principale aspetto culturale legato al gap sia riconducibile al mercato. Mi spiego, in Italia abbiamo visto che vendere macchine/benzina/pneumatici e pedaggi autostradali sia stata una passegiata per lustri e lustri.

    Qualche gruppo industriale ci ha sicuramente guadagnato. Ma i cittadini?

    Ci siamo cascati, la comunicazione è a senso unico: se vuoi spostarti devi accendere un motore (anche economico).

    Non è vero!!! In città se vuoi spostarti ci sono molti altri modi, la bicicletta è il più umano :-)

    un caro saluto,

    Ale.

  3. Ciao Bibi

    quando ho letto sui giornali la storia dell’asfalto rosso mi sono cadute le braccia e ho ripensato alle considerazioni fatte a settembre partecipando all’inaugurazione della pista ciclabile di via Mengoli.

    Tipo di pista e conseguente scelta fra togliere spazio ad auto o a pedoni,

     se lo scopo della pista è incentivare l’uso della bici per migliorare la qualità della città ( e non intendo solo lo smog ma anche rumore, occupazione delle strade da parte di auto parcheggiate,inutile circolazione di altre auto col solo scopo di trovare un parcheggio)la scelta migliore è evidentemente penalizzare l’auto, quindi realizzare la pista rubando spazio alla strada come ad esempio è stato fatto sul lungomare di Riccione.

     Però capisco che l’opzione può essere considerata troppo radicale , l’autista si sente già abbastanza penalizzato perché paga un sacco di multe ogni volta che entra in centro  o passa un semaforo rosso e viene fotografato ,quindi meglio non infierire (anche perché periodicamente si vota e gli autisti sono più dei ciclisti).

     

    Ecco che allora la scelta che si è affermata è quella di costruire le piste ciclabili sui marciapiedi, il pedone si lamenta un po’ (ogni settimana scrive una lettera al carlino) ma d’altronde vige in natura la legge del più forte e se l’automobilista ha il diritto di suonare al ciclista se questo con la sua velocità ridicola lo intralcia, il ciclista deve potere rifarsi sul pedone.

     

    L’unico pregio della scelta di usare il marciapiede è il costo dell’operazione: per realizzare la pista ciclabile basta infatti comprare qualche bidone di vernice.

     

    Ma  senza l’alibi del costo viene a galla la vera questione: la promessa fatta in campagna elettorale di costruire una rete ciclabile a Bologna non è stata rispettata.

     

     La pista che è stata inaugurata finisce senza nessun motivo,se non quello che sia finita la vernice. Perché non continuare a dipingere il marciapiede fino a via Murri ? E perché non dipingere gli altri marciapiedi per unire i tronconi di piste sparsi per tutta la città senza nessuna logica?

     

    L’anno scorso era stata diffusa la notizia che per realizzare questo complesso progetto fosse addirittura stato ingaggiato un consulente esterno al comune.

     

    Forse anziché finire un lavoro si preferisce farne un pezzetto all’anno per poter affiggere periodicamente manifesti che ci tengono aggiornati sui progressi della giunta nella realizzazione delle promesse ?

     

    O forse non ci vogliono togliere la gioia di  ritrovarci ogni anno a pedalare scoprendo nuovi marciapiedi

     

    Io comunque tengo duro

     

    ciao

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